2016–2026. Dieci anni dall’introduzione dell’oro Fairtrade nella gioielleria italiana

2016–2026. Dieci anni dall’introduzione dell’oro Fairtrade nella gioielleria italiana

Nel luglio del 2016 ho introdotto l’oro certificato Fairtrade nella gioielleria italiana.

Lo scrivo con orgoglio e gratitudine, perché non accadde per un fortunato tempismo. Allora, in Italia, quella strada ancora non c’era: cercai gli interlocutori, posi quesiti, insistetti e contribuii a creare le condizioni necessarie affinché si potesse effettivamente entrare nella filiera, acquistare quell’oro, lavorarlo e dichiararlo correttamente nei propri gioielli.

Negli anni mi è stato chiesto più volte che cosa fosse accaduto quando decisi di passare dall’oro convenzionale a quello Fairtrade, e quale fosse stata la reazione del pubblico; in realtà, quel passaggio non è mai esistito, perché quando arrivò per me il momento di cominciare a lavorare l’oro, dopo aver iniziato dall’ottone e dall’argento, quello Fairtrade mi parve l’unico possibile. L’ingresso di una materia tanto preziosa nel mio lavoro rappresentava un passaggio importante, ma mi riusciva impossibile separare quella preziosità da ciò che l’aveva preceduta: l’origine del metallo, le persone coinvolte nella sua estrazione, le condizioni nelle quali era stato prodotto e, infine, il lungo percorso attraverso il quale sarebbe arrivato fino alle mie mani. Se un gioiello può parlare di bellezza e di significato, non dovrebbe farlo dimenticando l’etica della materia di cui è fatto.

Conoscevo già il Fairtrade Gold perché era stato introdotto qualche anno prima nel mercato britannico, dove alcuni orafi e designer avevano cominciato a utilizzarlo. Cominciò un percorso fatto di richieste, interlocuzioni, quesiti e passaggi che oggi possono apparire marginali, ma che allora erano necessari semplicemente perché quella possibilità, per la prima volta, diventasse reale anche qui.

Nel luglio del 2016 entrai così nel programma Fairtrade Goldsmith Scheme e cominciai a lavorare l’oro certificato Fairtrade.

Fairtrade Italia non trattava ancora direttamente l’oro e mi attribuì allora il simbolico riconoscimento di Fairtrade Best Friend.

Più tardi, non appena fu possibile completare anche il percorso necessario alla marcatura dei gioielli, diventai la prima licenziataria italiana e potei cominciare ad apporre su di essi il marchio di certificazione. Da allora, per tutti i gioielli che realizzo in oro, utilizzo esclusivamente oro certificato Fairtrade.

 

Prima ancora del marchio

I primi gioielli non potevano ancora portare la punzonatura Fairtrade, perché in Italia non era stato chiarito attraverso quale procedura fosse possibile apporlo nel rispetto della normativa sulla marcatura dei metalli preziosi.

Conservo tuttora la risposta arrivata dal Ministero dello Sviluppo Economico, un piccolo documento burocratico che, a distanza di dieci anni, non perde la sua pregnanza, perché restituisce la misura di quanto ciò che oggi può apparire come una semplice scelta di approvvigionamento fosse allora ancora un terreno da esplorare.

La decisione di utilizzare esclusivamente l’oro Fairtrade non è mai stata priva di conseguenze economiche e pratiche e, almeno in principio, pensavo che rappresentasse quanto di più potessi realisticamente fare.

Mi resi però presto conto che proprio l’essermi tanto adoperata perché quella possibilità diventasse reale comportava una responsabilità ulteriore. Ero la prima licenziataria in Italia e, inevitabilmente, anche la prima persona che scriveva e parlava con continuità di oro Fairtrade nella gioielleria italiana: non potevo  limitarmi a scegliere quale oro utilizzare, ma affiancarlo a materiali ad esso coerenti, e dovevo interrogarmi anche sul modo in cui raccontarlo, contribuendo a costruire intorno a quella materia un discorso corretto, documentato e quanto più possibile immune dalle semplificazioni che già allora cominciavano ad accompagnare il lessico della sostenibilità.

Erano anni nei quali l’attenzione verso questi temi cresceva rapidamente e guardavo a quell’interesse con entusiasmo, ma anche con apprensione. Mi sembrava che ci trovassimo in un momento di fragile passaggio, nel quale le persone cominciavano a domandarsi con maggiore frequenza da dove provenissero le cose che acquistavano e quali conseguenze si celassero dietro la loro produzione; proprio per questo, tuttavia, quell’attenzione non andava mortificata attraverso narrazioni facili, né sfruttata trasformando la sostenibilità nell’ennesimo argomento utile a persuadere qualcuno all’acquisto. Se si chiedeva alle persone di essere più attente, ritenevo necessario esercitare almeno altrettanto rigore nel modo in cui si sceglieva di informarle.

 

Dall’oro agli altri materiali

L'oro Fairtrade diventò il principio attraverso il quale interrogare progressivamente tutto il resto.

Non ricordo neppure quale filiera sia venuta per prima, perché non vi fu un programma prestabilito. Le necessità emergevano insieme ai progetti e, di volta in volta, una perla, un diamante, una gemma o una nuova possibilità di approvvigionamento incontrata durante le mie ricerche mi invitavano a comprendere un sistema differente. Negli anni ho costruito così, lentamente, una topografia di materiali, cercando per ciascuno la massima coerenza che mi fosse concretamente possibile raggiungere e, soprattutto, tentando di raccontare ogni scelta per ciò che realmente potevo conoscere e documentare.

Fairtrade, per quanto concerne i materiali preziosi, si occupa dell’oro e, quando disponibile, dell’argento; le filiere delle gemme colorate, dei diamanti e delle perle sono invece profondamente diverse e, per molti aspetti, assai più frammentate e complesse, né esiste per tutte un sistema indipendente equivalente a Fairtrade capace di ricomprenderne l’intera complessità. Talora si tratta di filiere minuscole, che hanno principio in luoghi dai quali può essere difficile persino fare una telefonata, e che si fondano su rapporti diretti, progetti locali, documenti e informazioni di natura diversa o forme di tracciabilità che devono essere comprese e raccontate attraverso un lessico differente.

L’esperienza con Fairtrade mi ha insegnato, in questo senso, non a pretendere di trovare la medesima etichetta ovunque, bensì a porre domande migliori, a cercare le risposte disponibili e a distinguere con cura ciò che posso affermare da ciò che non posso conoscere con la stessa certezza.

Parallelamente ho cercato di condividere quanto imparavo attraverso il sito e i social, impegnandomi a citare le fonti, chiarire termini che rischiavano di essere usati troppo disinvoltamente e restituire, per quanto potevo, la complessità delle diverse filiere. Negli anni ho continuato a collaborare dietro le quinte con Fairtrade nella preparazione di webinar, talk e altre occasioni di divulgazione, mettendo a disposizione l’esperienza concreta maturata nel mio lavoro ogni volta che poteva contribuire a rendere più comprensibile il funzionamento dell’oro Fairtrade a chi si avvicinava per la prima volta a questo sistema.

La coerenza diventa pratica

All’interno del sistema Fairtrade non è richiesto che ogni lavorazione venga necessariamente eseguita da chi firma il gioiello: è possibile ricorrere a laboratori esterni, purché siano dichiarati e inclusi nel sistema di controllo e siano rispettati i requisiti previsti per la tracciabilità dell’oro.

Ho tuttavia sempre desistito dal cercare questo genere di aiuto, per ragioni che appartengono tanto al mio modo di intendere la creazione quanto alla necessità e alla responsabilità che avvertivo di rendere la filiera dei miei gioielli quanto più possibile semplice, leggibile e incontrovertibile.

Da un lato, imparare a governare un numero sempre maggiore di lavorazioni mi consentiva di conoscere più intimamente materiali e processi e, attraverso quella conoscenza, di immaginare e creare meglio.

Dall’altro, occuparmi direttamente della produzione mi permetteva di mantenere estremamente chiaro anche il racconto di ciò che facevo. Avrei potuto affidare alcune fasi a terzi nel pieno rispetto dello standard Fairtrade, ma ho sempre preferito eliminare alla radice ulteriori passaggi da spiegare e poter dire con assoluta semplicità che quell’oro era entrato nel mio laboratorio come oro Fairtrade ed era rimasto tale, separato dagli altri metalli, fino al gioiello finito.

È stata una scelta radicale, perché non è comune che una realtà piccola, affidata essenzialmente a un paio di mani, riesca a gestire direttamente ogni fase della produzione. In oreficeria, inoltre, si fa largo uso di semilavorati (castoni, basi per anelli, catene, chiusure e molti altri componenti), mentre io, senza produttori che li realizzassero in oro Fairtrade, ho scelto di farne a meno. Per arrivare a realizzare degli orecchini a lobo, per esempio, ho impiegato anni, perché prima ho voluto trovare il modo di produrre autonomamente le farfalline, dotando progressivamente il laboratorio dell’attrezzatura necessaria e facendo produrre uno speciale stampo.

Sono decisioni che, prese singolarmente, possono apparire marginali e che nell'opera finita quasi sempre scompaiono alla vista; nondimeno, fanno parte del gioiello quanto la forma che rimane visibile, perché hanno determinato il modo in cui quell’oggetto è stato pensato e reso possibile. È forse qui che, negli anni, la questione della provenienza ha smesso definitivamente di essere per me un elemento preliminare alla creazione ed è entrata nella creazione stessa.

 

Dieci anni dopo

Nel 2016 pensavo che l’oro Fairtrade avrebbe trovato in Italia una diffusione maggiore di quella che ha avuto. Non immaginavo che sarebbero stati i grandi marchi ad adottarlo in maniera significativa; mi aspettavo piuttosto che potesse trovare un terreno particolarmente fertile fra designer indipendenti e piccoli studi orafi, come stava accadendo nel Regno Unito, proprio perché credevo, essendone io stessa la prova, che strutture più piccole e più libere avrebbero potuto integrare con maggiore facilità una scelta di questo genere nel proprio modo di lavorare.

Dieci anni dopo devo constatare che ciò non è accaduto nella misura in cui avevo immaginato, e mi dispiace. In tutto questo tempo, tuttavia, non ho mai percepito la difficoltà, il maggior costo o i limiti pratici legati alla disponibilità del materiale come ragioni sufficienti per tornare indietro, né ho mai preso in considerazione l’idea di introdurre accanto all’oro Fairtrade una seconda opzione più semplice o più economica.

Non si tratta di una fedeltà ostinata a una decisione, perché nel frattempo quella decisione ha cessato di presentarsi come tale: è diventata la base da cui il mio lavoro comincia.

Per questa ragione mi piacerebbe che l’oro Fairtrade fosse oggi molto più diffuso, ma forse non per il motivo più ovvio. 

Non desidero trascorrere i prossimi dieci anni a parlarne ancora di più; vorrei, piuttosto, poterlo spiegare meno, che alcune distinzioni fossero ormai patrimonio comune e che non fosse necessario ricostruire ogni volta da principio il significato di questa scelta.

Oggi, per chi vuole percorrerla, la strada è già aperta.

Se l’oro Fairtrade ha avuto un ruolo tanto importante nella mia storia non è perché mi abbia consegnato una risposta definitiva, ma perché mi ha insegnato assai presto che la provenienza di una materia, le relazioni e i processi che la conducono fino alle mie mani non sono qualcosa che precede il progetto e può essere dimenticato una volta arrivati al banco: sono parte del progetto stesso.

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