Perle sostenibili

Le perle sono gemme liminari.

La gemmologia le definisce biogeniche: materiali preziosi formati attraverso processi biologici, in cui la bellezza resta inseparabile dalle condizioni che l’hanno resa possibile.

Questa origine invoca cautela, poiché una perla può appartenere a un ciclo virtuoso oppure a una filiera opaca; può provenire da un allevamento in cui la qualità dell’acqua, la salute dell’ecosistema e la cura della coltivazione sono condizioni essenziali, oppure da una produzione intensiva, poco leggibile, dove prezzo basso e abbondanza diventano i primi segnali di qualcosa che non si vede.

Nel mio lavoro utilizzo solo perle coltivate di acqua salata, selezionate attraverso Marc’Harit, il progetto fondato da Kira Høg Kampmann. Le perle di acqua dolce restano fuori dalla mia ricerca perché la produzione oggi più diffusa, spesso industriale e scarsamente tracciata, non offre le garanzie che cerco.

Perle naturali e perle coltivate

Per secoli la perla è stata soltanto naturale.

Una perla naturale si forma senza intervento umano, quando un corpo estraneo o una lesione interna induce il mollusco a depositare strati di madreperla. La sua rarità è estrema: proprio per questo, per millenni, ha alimentato desiderio, commercio, potere, immersioni rischiose e raccolte intensive.

Il Golfo Persico, e in particolare il Bahrain, è stato uno dei grandi luoghi storici della pesca delle perle naturali. Anche il Mar Rosso, l’India e altre coste del mondo hanno conosciuto questa ricerca.

La rarità della perla naturale aveva però un costo: a poche perle corrispondeva il prelievo di moltissime ostriche selvatiche. Alla sua meraviglia si è accompagnata, storicamente, una forte pressione sugli ecosistemi marini e sulle popolazioni di molluschi.

Le perle naturali, oggi, sono un’eccezione. Pensarle come risposta al desiderio contemporaneo di gioielli significherebbe riaprire una ricerca dal rendimento bassissimo, esercitando nuova pressione su popolazioni selvatiche già fragili e su ecosistemi marini che non possono più essere considerati inesauribili.

La coltivazione moderna ha spostato il punto della questione. Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, in Giappone, le ricerche sulle perle Akoya resero possibile accompagnare il processo di formazione della madreperla senza dipendere dalla raccolta casuale di perle naturali; in seguito, la tecnica si estese alle grandi perle South Sea, alle perle di Tahiti e ad altri tipi di perle coltivate.

Da allora, ciò che conta non è più soltanto l’origine naturale della perla, ma il modo in cui viene coltivata: l’ambiente da cui proviene, le pratiche adottate dall’allevamento, la cura richiesta dal processo e la trasparenza della filiera che la porta fino al gioiello.

Perché una perla coltivata non è automaticamente sostenibile

La sostenibilità di una perla non dipende semplicemente dal fatto che sia coltivata, ma dal sistema in cui nasce: il luogo, la specie allevata, la densità degli allevamenti, la qualità dell’acqua, l’origine degli esemplari, il controllo sanitario, la gestione dei residui, la tutela della biodiversità, le condizioni di lavoro e la trasparenza della filiera commerciale.

Un allevamento responsabile non può essere separato dall’ecosistema che lo ospita, perché quando l’acqua si altera, la temperatura cambia, la laguna viene sovraccaricata o l’equilibrio marino si spezza, prima ancora della perla si compromette il sistema che la rende possibile.

È in questa relazione stretta tra coltivazione e ambiente che le perle di acqua salata possono mostrare il loro valore più alto: nei migliori allevamenti marini, la necessità economica e la cura ambientale coincidono, perché per ottenere perle di qualità servono acque pulite, biodiversità, controllo della densità, monitoraggio costante e protezione dell’ecosistema.

Questo, tuttavia, non rende le perle di acqua salata sostenibili in quanto tali, perché anche un allevamento marino può creare danni quando è mal gestito: sovraffollamento, alterazione delle lagune, uso improprio di materiali plastici, gestione insufficiente dei residui, pressione sugli esemplari selvatici, filiere lunghe e poco trasparenti.

Per questo non basta scrivere “perle di Tahiti”, “South Sea” o “Akoya” per dire che una perla sia buona: occorre sapere da dove viene, come è stata coltivata, chi l’ha selezionata, quali pratiche sono state adottate, quali trattamenti ha subito e attraverso quali passaggi commerciali è arrivata fino al gioiello.

Anche ciò che accade dopo la raccolta fa parte della sua storia, perché molte perle presenti sul mercato vengono trattate per ottenere un aspetto più uniforme, più bianco, più brillante o più vendibile; sbiancamento, tintura, lucidatura spinta, coating e irradiazione sono pratiche diffuse in diverse categorie di perle e, anche quando accettate dal commercio, dovrebbero restare leggibili.

Perché non uso perle di acqua dolce (freshwater)

Le perle di acqua dolce oggi disponibili sul mercato sono spesso abbondanti, accessibili, molto regolari e, proprio per questo, facili da usare in gioielleria.

A differenza delle ostriche marine, che producono generalmente una o poche perle per volta, alcuni molluschi di acqua dolce possono produrre decine di perle nello stesso ciclo. Questa produttività elevata ha reso le perle freshwater molto diffuse e molto economiche.

Una parte importante della produzione contemporanea di perle di acqua dolce è concentrata in Cina e avviene in bacini, stagni, laghi artificiali o aree agricole convertite. In alcuni sistemi intensivi documentati, l’acqua viene arricchita con sostanze organiche, reflui o fertilizzanti per favorire la crescita del fitoplancton di cui i molluschi si nutrono. Questo può generare squilibri nutritivi, eutrofizzazione, alterazione delle acque, accumulo di residui e necessità di interventi correttivi.

Per le perle di acqua dolce, la questione non è formulare un giudizio assoluto sul materiale, ma riconoscere il grado di leggibilità della filiera. Quando una produzione è molto ampia, poco tracciata e costruita su volumi elevati, la sostenibilità non può essere presunta: deve emergere dai luoghi, dalle pratiche, dalle condizioni ambientali e dai passaggi commerciali che portano la perla fino al gioiello.

Le perle di acqua salata che scelgo

Le perle che utilizzo sono perle coltivate di acqua salata, selezionate attraverso Marc’Harit, realtà danese fondata da Kira Høg Kampmann e specializzata in perle South Sea, Akoya e Tahiti di alta qualità.

Il lavoro di Kira nasce da un lungo rapporto con il Pacifico: visite agli atolli e agli allevamenti, studio della vita marina nelle lagune, conoscenza diretta dei processi di coltivazione. Una volta l’anno la raggiungo per osservare e scegliere le perle dagli ultimi raccolti.

La scelta avviene dentro una relazione di fiducia costruita nel tempo, in cui competenza, osservazione e conoscenza dei luoghi contano quanto il lustro, la superficie, il colore e la forma. Le perle entrano nel mio lavoro solo quando il loro valore è leggibile.

 

2018

La visita all’allevamento nelle Filippine

Ad aprile 2018 ho avuto la possibilità di accompagnare Kira in uno dei suoi periodici viaggi di controllo, così ho potuto visitare l’allevamento delle Filippine, quello nel quale nascono le perle South Sea dorate. Da Manila abbiamo preso un altro aereo, poi una macchina e poi ancora una barca. Ero nel posto più remoto che potessi immaginare e le prime parole che lessi furono quelle stampate sulla maglietta di un lavoratore: "behind each pearl is a family".

Il processo di coltura è lunghissimo: dietro a una perla non c’è solo una famiglia, ma almeno 5 anni e 377 procedimenti.  Il cuore dell'allevamento è costituito da un avanzato laboratorio di biologia, dove le ostriche vengono fatte nascere, in quanto prelevarne di selvatiche in natura è rischioso e insostenibile, ma vengono anche nutrite e accudite "like babies" dai biologi, finché non sono grandi abbastanza da essere portate nell'oceano.

Piccole barche, allora, vanno e vengono per trasportare le ostriche dal laboratorio alla loro nuova casa, ma anche per spostarle in base alle correnti, alle temperature e alla presenza di plancton. Ogni due settimane, inoltre, ogni ostrica viene portata in superficie per qualche minuto al fine di essere attentamente pulita, esternamente, da alghe e parassiti che potrebbero farla ammalare. Questo materiale, benché organico, non può essere rigettato in mare, così viene raccolto e portato a terra, dove diventa fertilizzante. 

Monitoraggio e ricerca sono incessanti, perché qui il cambiamento climatico si vede tutto. Ad esempio, poco tempo prima del nostro arrivo, il laboratorio era riuscito a impiantare nella barriera corallina dei coralli che aveva cresciuto assieme alle ostriche. 

Di fianco al laboratorio di biologia c’è l’alloggio di tutti i lavoratori. Le ostriche non possono mai essere lasciate sole e l’allevamento è in una zona remota, quindi nessuno riesce a tornare a casa più di due volte l’anno. Ognuno partecipa all’impresa in egual misura.

Quando l’allevamento è stato fondato nel 1999, i segni del cambiamento climatico erano forse meno evidenti, ma nell’area venivano utilizzati dinamite per la pesca, incendi per ricavare terreni coltivabili e altre pratiche ugualmente pericolose e guidate da necessità e ignoranza. Con lo spirito di fornire agli altri abitanti dell’area i giusti strumenti per il futuro, nel 2006 l’allevamento ha creato la fondazione non-profit Save Palawan Seas Foundation, che coinvolge 10 isole e i loro 5000 abitanti. I progetti portati avanti sono tanti e lo scopo è quello di creare delle fonti di sostentamento economicamente remunerative, ma anche ambientalmente sostenibili, perché solo così il cerchio della vita potrà continuare. 
Ci sono voluti quasi vent’anni per ripristinare l’ambiente marino.

Assieme a Kira ho visitato anche una di queste isole. Fino a quel momento non avevo visto che le sole barche dell’allevamento spostarsi, ma più andavamo avanti più incontravamo imbarcazioni di ogni tipo che sembravano andare nella nostra stessa direzione. Alcune sembravano galleggiare in barba a ogni legge della fisica, altre erano opera di grandi creatività e necessità. Giunte a destinazione ci è voluto del tempo per riuscire ad attraccare, tanto era l’affollamento.

Ebbene, la fondazione riesce a far arrivare un’équipe medica due volte l’anno e quello era uno di quei giorni preziosi: tutti accorrevano per farsi visitare.

 

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