Diamanti: origine, responsabilità, tracciabilità

La storia dei diamanti è innanzitutto la storia dei rapporti dell’Occidente con l’India, che per secoli fu il grande luogo d’origine delle pietre conosciute e commerciate. Prima delle scoperte in Brasile nel XVIII secolo, i diamanti arrivavano quasi esclusivamente dai depositi alluvionali indiani; Golconda, più che una semplice provenienza, era un nome mitico.

Maraismara storia diamanti

Il diamante è carbonio cristallizzato nel mantello terrestre, nato a profondità estreme in condizioni di pressione e temperatura che oltrepassano la misura dell’esperienza umana. Molti diamanti naturali oggi accessibili alla gioielleria si sono formati tra milioni e miliardi di anni fa; i più antichi esempi datati, provenienti da Diavik ed Ekati, nel Canada nord-occidentale, risalgono a circa 3,5–3,3 miliardi di anni fa. Furono poi rare eruzioni kimberlitiche, avvenute in epoche remote, a portarli verso la superficie.

Il nome deriva dal greco adámas, invincibile, indomabile, e indica ciò che non si lascia vincere per durezza. Questa definizione, tuttavia, non rischiara del tutto le testimonianze più antiche giunte fino a noi, perché non sempre permette di distinguere con certezza il riferimento alla gemma di carbonio da quello ad altri materiali ritenuti eccezionalmente duri. Per lungo tempo i diamanti furono impiegati soprattutto come strumenti per incidere, tagliare o forare altre gemme; nel corso del Medioevo, grazie al perfezionamento del taglio e della sfaccettatura, adámas perse idealmente la sua alpha privativa.

La filiera tradizionale dei diamanti naturali

I diamanti naturali possono provenire da giacimenti primari o secondari.

Nei giacimenti primari le pietre si trovano nella kimberlite, la roccia magmatica che le ha trasportate dal mantello terrestre verso la superficie. Per recuperarle è necessario sgretolare grandi quantità di materiale; le miniere possono essere a cielo aperto o svilupparsi in profondità, e richiedono infrastrutture, macchinari, competenze tecniche e investimenti elevati. È il territorio della grande estrazione industriale.

I giacimenti secondari riguardano invece diamanti che, nel corso di tempi lunghissimi, sono stati separati dalla roccia d’origine e trascinati altrove da processi erosivi. Si tratta di depositi alluvionali, fluviali, costieri o marini. In questi contesti l’estrazione può assumere forme molto diverse: da operazioni meccanizzate e industriali fino a ricerche artigianali condotte con strumenti semplici, come setacci e batee.

Ogni anno vengono estratti nel mondo oltre cento milioni di carati di diamanti grezzi, ma solo una parte possiede qualità adatta alla gioielleria. La produzione è concentrata in pochi Paesi e in un numero relativamente ristretto di grandi miniere; l’estrazione artigianale e su piccola scala rappresenta una quota più limitata, ma estremamente vulnerabile, della produzione.

È proprio in questa vulnerabilità che si concentrano molte delle preoccupazioni etiche: l’estrazione artigianale può offrire reddito a comunità prive di alternative, ma quando è informale, non regolata o inserita in filiere commerciali opache espone i minatori a sfruttamento, insicurezza, pagamenti iniqui, dipendenza dagli intermediari e perdita quasi immediata del valore reale della pietra.

Dopo l’estrazione, i diamanti grezzi entrano in una filiera internazionale complessa. Vengono esportati verso grandi centri di commercio, tra cui Anversa, Dubai, Mumbai, Tel Aviv, New York e Hong Kong, dove sono selezionati, raggruppati in lotti per forma, colore, dimensione e qualità, venduti, ricomposti e spesso rivenduti più volte prima ancora di essere tagliati. Possono attraversare diverse giurisdizioni come grezzi, semilavorati o pietre già lucidate, perdendo progressivamente il legame leggibile con il luogo d’origine.

Anche la fase del taglio e della lucidatura aggiunge un passaggio decisivo: una quota molto rilevante dei diamanti mondiali viene lavorata in India, in particolare nell’area di Surat, mentre altri centri continuano a svolgere ruoli diversi a seconda del valore, della qualità e della destinazione delle pietre. Dopo il taglio, i diamanti possono passare attraverso nuovi intermediari, essere nuovamente suddivisi e ricomposti in lotti, entrare in gioielli prodotti in Paesi diversi da quelli di estrazione e arrivare infine al pubblico come pietre ormai separate dalla propria storia.

In questo sistema, se la tracciabilità non viene costruita e custodita fin dall’origine, non si conserva naturalmente: si perde quasi subito, assorbita dalla logica del lotto, del commercio globale e della continua separazione tra materia, documento e provenienza.

Dai “diamanti di sangue” alla crisi del racconto

Per comprendere la storia moderna dei diamanti occorre guardare anche al modo in cui, nel Novecento, questa pietra è stata trasformata in un simbolo sentimentale quasi universale, mentre la sua filiera restava largamente invisibile al pubblico.

Nel 1947 la campagna “A Diamond is Forever” di De Beers ebbe un effetto culturale enorme: legò in modo stabile il diamante all’idea di amore, promessa, fidanzamento e durata, trasformando una pietra preziosa in una forma quasi obbligata del rito sentimentale occidentale.

A diamond is forever

Il problema non è che il diamante sia stato caricato di significato simbolico, ma che quel significato abbia spesso occupato tutto lo spazio, lasciando fuori campo la storia materiale della pietra.

La questione dei cosiddetti “diamanti di sangue” (blood diamonds) emerse con forza alla fine degli anni Novanta, ma affondava le radici in dinamiche precedenti. In Angola, i diamanti avevano contribuito a finanziare la guerra civile già prima che il tema diventasse un caso pubblico internazionale, in particolare attraverso il controllo e la vendita di diamanti da parte dell’UNITA. Nel 1998 l’organizzazione non governativa Global Witness pubblicò il report “A Rough Trade”, dedicato al ruolo dei diamanti nel conflitto angolano, denunciando il fatto che le pietre provenienti dalle aree controllate dall’UNITA continuassero a trovare compratori nel mercato internazionale nonostante gli embarghi delle Nazioni Unite.

Nel 2000, il report “The Heart of the Matter” di Partnership Africa Canada portò l’attenzione internazionale anche sulla Sierra Leone, mostrando come i diamanti avessero contribuito ad alimentare una delle guerre più brutali dell’Africa occidentale. A quel punto il problema non poteva più essere trattato come un’anomalia periferica: riguardava il funzionamento stesso del commercio internazionale dei diamanti, la sua opacità e la sua capacità di assorbire pietre provenienti da contesti di violenza senza che il consumatore finale potesse riconoscerne la storia.

Il termine “diamanti di conflitto” (conflict diamonds) entrò poi nel linguaggio più tecnico e istituzionale, fino a diventare centrale nella definizione adottata dal Kimberley Process. La distinzione è importante: “diamanti di sangue” appartiene al discorso pubblico e nomina la rivelazione della violenza associata ad alcune pietre; “diamanti di conflitto” indica invece una categoria più specifica, costruita per delimitare ciò che il sistema internazionale avrebbe cercato di escludere dal commercio legittimo.

La crisi dei diamanti di sangue non mise dunque in discussione soltanto alcune pietre provenienti da alcuni Paesi, ma l’intero racconto pubblico del diamante: da una parte la promessa, l’eternità, la purezza della luce; dall’altra la possibilità che quella stessa luce avesse attraversato guerra, sfruttamento e commercio opaco prima di arrivare al gioiello.

Il Kimberley Process e i suoi limiti

Il Kimberley Process Certification Scheme, operativo dal 2003, è il sistema internazionale nato dopo la crisi dei diamanti di sangue per impedire che i cosiddetti “diamanti di conflitto” entrassero nel commercio legittimo.

Questa espressione va compresa con precisione. Nel linguaggio del Kimberley Process, i diamanti di conflitto sono soltanto i diamanti grezzi usati da movimenti ribelli per finanziare guerre contro governi riconosciuti. È su questa definizione, molto stretta, che si costruisce l’intero sistema.

Il KPCS opera sotto l’egida delle Nazioni Unite e oggi riunisce 60 partecipanti, in rappresentanza di 86 Paesi; l’Unione Europea e i suoi 27 Stati membri contano come un unico partecipante e sono rappresentati dalla Commissione Europea. La partecipazione è volontaria, ma i Paesi aderenti devono implementare controlli interni, importare ed esportare diamanti grezzi soltanto in contenitori sigillati e accompagnati da certificati Kimberley Process, e commerciare esclusivamente con altri partecipanti al sistema.

Il Kimberley Process ha una struttura tripartita:

– i governi partecipanti implementano il sistema e sono gli unici ad avere potere decisionale;

– l’industria, rappresentata dal World Diamond Council, partecipa come osservatore e porta competenze tecniche e commerciali;

– la società civile, rappresentata dalla Kimberley Process Civil Society Coalition, partecipa come osservatore e svolge un ruolo di vigilanza critica.

Questa distinzione è essenziale, perché il Kimberley Process non è una certificazione privata applicata al singolo gioiello, né un marchio etico controllato da un ente indipendente: è un meccanismo internazionale di controllo del commercio dei diamanti grezzi, guidato nelle sue decisioni dai Paesi partecipanti.

Il Kimberley Process ha avuto un ruolo storico importante. Ha contribuito a rendere più difficile l’ingresso dei diamanti di conflitto nel mercato legale, ha obbligato gli Stati partecipanti a introdurre requisiti minimi di controllo e ha migliorato la raccolta di dati sulla produzione e sul commercio dei diamanti grezzi. Tuttavia è molto lontano dal poter essere indicato come una garanzia etica.

Il primo limite riguarda la definizione stessa di “diamante di conflitto”. Secondo la Kimberley Process Civil Society Coalition, quella definizione è ormai insufficiente, perché lascia fuori molte forme di violenza contemporanea: gravi violazioni dei diritti umani, abusi compiuti da forze governative, forze di sicurezza pubbliche o private, gruppi criminali, attori terroristici, corruzione, sfollamenti forzati e danni ambientali.

In termini concreti, significa che possono ottenere la certificazione Kimberley Process anche diamanti associati a:

– violenza sistematica, nella forma di percosse, uccisioni e torture di minatori artigianali e abitanti dei villaggi, come denunciato in contesti quali Zimbabwe, Tanzania, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo e Angola;

– violenza sessuale, inclusi atti di persecuzione, stupri, abusi e sfruttamento, segnalati in contesti diamantiferi quali Zimbabwe, Tanzania e Repubblica Centrafricana;

– crimini ambientali, tra cui inquinamento del suolo, dell’acqua e dell’aria, distruzione del paesaggio e danni profondi agli ecosistemi e alle comunità locali, denunciati in Paesi come Sierra Leone e Lesotho.

Il secondo limite riguarda il campo di applicazione e la tracciabilità. Il Kimberley Process si applica ai diamanti grezzi, non ai diamanti semilavorati, tagliati o lucidati, e non accompagna la pietra lungo tutto il percorso, dalla miniera alla gioielleria. Non certifica le condizioni di lavoro, non valuta l’impatto ambientale dell’estrazione, non impedisce la mescolanza di pietre di origini diverse e non garantisce la provenienza della singola pietra fino al gioiello. Il sistema richiede documentazione relativa allo Stato di origine o di esportazione, ma non necessariamente alla specifica miniera di provenienza; inoltre, quando pietre provenienti da origini diverse vengono mescolate in lotti indicati come mixed origin, ricostruire la storia reale della singola pietra diventa estremamente difficile.

Il terzo limite riguarda la capacità del sistema di reagire alle violazioni. Il Kimberley Process è spesso apparso reticente nell’imporre conseguenze efficaci ai Paesi che non rispettano i requisiti minimi, e la misura più evidente resta il divieto di esportazione. In alcuni contesti, tuttavia, questa forma punitiva rischia di essere insieme insufficiente e controproducente: insufficiente quando il contrabbando continua comunque a muovere la maggior parte delle pietre, controproducente quando a pagarne il prezzo sono soprattutto le comunità di minatori artigianali, private di canali legali senza che venga realmente costruita un’alternativa più sicura.

Il Kimberley Process non va liquidato come irrilevante: nacque in una situazione di emergenza, per rispondere a una forma storica specifica di violenza. La formula conflict-free (privo di diamanti di conflitto) indica una soglia minima, storicamente importante ma oggi, da sola, inadeguata: non coincide con una filiera etica e diventa fuorviante quando viene usata come se garantisse provenienza, diritti umani, condizioni di lavoro, tutela ambientale e tracciabilità fino al gioiello. Senza riforme profonde, una nuova definizione di diamanti di conflitto e una reale estensione dello sguardo a diritti umani, ambiente e tracciabilità, il rischio è che il KPCS continui a essere presentato ai consumatori come una garanzia più ampia di quanto sia realmente in grado di offrire.

Per approfondire questi limiti, rimando all’intervista che ho realizzato tra Anversa e Bruxelles con alcuni membri della Kimberley Process Civil Society Coalition, dedicata al funzionamento dello schema di certificazione, alle sue mancanze e alle richieste di riforma del sistema.

 

Diamanti sintetici: la scorciatoia etica

La comunicazione dei diamanti lab-grown, creati in laboratorio, mostra volentieri grandi miniere a cielo aperto, richiama l’impatto ambientale dell’estrazione, allude all’ombra dei diamanti di sangue e propone, al posto di una materia storicamente gravata da violenza, sfruttamento e opacità, una pietra prodotta industrialmente, otticamente e fisicamente quasi indistinguibile, apparentemente libera dal peso della filiera mineraria.

Questa narrazione funziona perché intercetta una verità reale: l’industria dei diamanti naturali è stata, e in molti casi resta, attraversata da disuguaglianze profonde, rapporti di forza sbilanciati, violazioni dei diritti umani e gravi danni ambientali. Proprio perché quella verità esiste, tuttavia, non può essere usata per rendere moralmente semplice una sostituzione che semplice non è.

Il diamante sintetico arriva dopo il diamante naturale, quando il suo valore simbolico è già stato costruito. Il laboratorio non crea il mito del diamante: eredita una luce resa necessaria nell’immaginario occidentale attraverso secoli di storia, commerci, scoperte, controllo dell’offerta e narrazione pubblicitaria, poi ne replica la forma mentre dichiara superata, scomoda o moralmente compromessa la materia che quella forma l’ha resa desiderabile.

Qui si apre l’ambiguità più profonda. I diamanti naturali hanno acquisito il loro valore moderno anche attraverso la storia estrattiva africana, con tutto ciò che quella storia ha comportato e continua a comportare: desiderio occidentale, ricchezza concentrata altrove, territori segnati, comunità minerarie fragili, sfruttamento, violenza, opacità. Quando il mercato dei sintetici usa quelle stesse ferite come argomento commerciale, rischia di trasformarle in una seconda estrazione: non più soltanto della materia, ma dell’immaginario, della colpa, del desiderio e dell’imbarazzo che circondano la materia naturale.

In questa operazione c’è una nuova forma di capitalismo estrattivo. Dopo avere estratto valore dalla terra, dal lavoro e dal racconto costruito attorno ai diamanti naturali, il mercato può ora dichiarare troppo scomoda quella stessa origine e trasferire il desiderio verso una produzione industriale ad alta tecnologia, più controllabile, più scalabile, più rassicurante per il consumatore occidentale. La promessa resta la stessa, la forma resta quasi identica, il prestigio viene ereditato; a essere espulse dalla scena sono, ancora una volta, le comunità che vivono nei territori diamantiferi.

La filiera dei diamanti naturali è problematica, e proprio per questo richiede maggiore responsabilità, non rimozione. Volgere lo sguardo altrove non migliora le condizioni dei minatori artigianali, non redistribuisce valore nei Paesi produttori, non rende più sicure le comunità locali e non ripara le violenze storiche o contemporanee legate all’estrazione. Può, al contrario, lasciare quelle comunità sole con un problema che il mercato occidentale ha contribuito a creare, mentre continua a vendere, altrove, l’immagine del diamante ormai separata dalla sua origine.

Anche la terminologia conferma quanto il linguaggio sia parte della questione. Secondo CIBJO, The World Jewellery Confederation, i termini synthetic diamond, laboratory-grown diamond e laboratory-created diamond sono sinonimi: indicano un prodotto artificiale che possiede essenzialmente la stessa composizione chimica, struttura cristallina e proprietà fisiche, incluse quelle ottiche, del diamante naturale. La preferenza commerciale per espressioni come laboratory-grown diamond o “diamante accresciuto in laboratorio” non introduce quindi una categoria più naturale, più nobile o più innocente rispetto al diamante sintetico: nomina la stessa famiglia di pietre prodotte artificialmente.

L’espressione “diamante accresciuto in laboratorio” merita particolare cautela, perché può suggerire un processo quasi organico, più gentile o più vicino alla natura, mentre indica una crescita artificiale indotta e controllata, ottenuta principalmente attraverso due tecnologie: HPHT, high pressure high temperature, o CVD, chemical vapor deposition. Il termine non è scorretto se resta chiaramente legato al laboratorio, ma diventa problematico quando attenua la natura industriale del processo e costruisce attorno alla pietra un’aura di naturalità che non le appartiene.

Definire i diamanti sintetici sostenibili, ecologici o etici in modo generico significa trasformare una questione complessa in una scorciatoia morale. Un diamante sintetico può avere un impatto minore di un altro se prodotto con energia rinnovabile, trasparenza, controlli verificabili e informazioni complete sulla filiera produttiva; ma non può essere considerato responsabile per il solo fatto di non essere estratto da una miniera. L’assenza di estrazione mineraria diretta non coincide con l’assenza di impatto, così come la produzione in laboratorio non coincide con l’assenza di sfruttamento, opacità, consumo di risorse o concentrazione industriale. Anche quando il prezzo finale è molto basso, restano da interrogare le condizioni economiche delle fasi successive, dal taglio alla lucidatura, perché un diamante prodotto industrialmente non esce dal laboratorio già pronto per diventare gioiello.

Nei miei gioielli non utilizzo diamanti sintetici né diamanti creati in laboratorio. La responsabilità non deve essere cercata nella sostituzione industriale del problema, né nella rimozione delle comunità minerarie dal nostro campo visivo, ma nella scelta più esigente della provenienza, nella riduzione dell’opacità e nella possibilità che il valore della materia torni, per quanto possibile, anche alle comunità e ai territori da cui proviene.

CanadaMark

Una delle due filiere che utilizzo è CanadaMark.

I diamanti CanadaMark provengono da miniere canadesi e sono accompagnati da un sistema di tracciabilità che segue la pietra dall’origine. Per i diamanti di dimensioni maggiori, questo sistema prevede una certificazione CanadaMark individuale e un numero identificativo inciso al laser sulla cintura della pietra, invisibile a occhio nudo ma leggibile con strumenti adeguati. Questo numero consente di verificare l’origine del diamante e di ricondurlo alla filiera dichiarata.

La certificazione CanadaMark riguarda l’origine e la tracciabilità, e non va confusa con un report gemmologico di laboratorio, come quelli rilasciati da GIA o da altri istituti, che descrivono le caratteristiche fisiche della pietra (peso, colore, purezza, taglio) ma non costituiscono, di per sé, una garanzia di provenienza.

Per i diamanti più piccoli, chiamati in gergo melee, la tracciabilità assume una forma diversa. A causa delle dimensioni ridotte, queste pietre non possono essere accompagnate da un certificato individuale né da un’iscrizione identificativa sulla singola cintura; vengono quindi commercializzate in lotti CanadaMark sigillati e numerati, che ne attestano la provenienza fino all’apertura del lotto.

Proprio nei melee, che nel mercato tradizionale vengono facilmente mescolati, ricomposti e resi anonimi, lavorare con lotti sigillati e numerati introduce un livello di controllo raro.

I diamanti CanadaMark non risolvono, da soli, il problema dei diamanti. Sono un punto di partenza: una filiera più leggibile dentro un settore complesso, e una possibilità concreta per continuare a lavorare con diamanti naturali senza rinunciare alla domanda sulla loro origine. Scegliere filiere più tracciabili significa creare richiesta per provenienze migliori, sostenere un mercato capace di premiare la trasparenza e rendere possibile, anche economicamente, il supporto a iniziative più fragili e necessarie, come Diamonds for Peace.

Ocean Diamonds

La seconda filiera che utilizzo è Ocean Diamonds.

Lungo le coste dell’Africa australe, nei giorni in cui le correnti sono meno violente e la visibilità lo permette, alcune piccole imbarcazioni escono in mare senza cercare pesci o molluschi. A bordo ci sono subacquei professionisti: si immergono vicino alla riva, osservano il fondale, prendono e lasciano sabbia, cercano qualcosa che da lontano non si vede. Sono pescatori di diamanti al lavoro.

Questi diamanti non nascono nel mare. Si sono formati nel profondo della Terra, come tutti i diamanti naturali, e sono poi arrivati all’oceano attraverso una lunga migrazione geologica. Dai depositi originari dell’interno del continente africano, piogge, torrenti, fiumi, erosione e correnti li hanno separati dalla roccia madre e trascinati lentamente verso la costa, fino a depositarli in aree marine e costiere. Si tratta quindi di diamanti provenienti da depositi secondari: non più racchiusi nella kimberlite del giacimento primario, ma raccolti, nel corso del tempo, in sedimenti alluvionali, litoranei o marini.

Il viaggio è lungo e selettivo: non tutte le pietre resistono. Solo i diamanti più tenaci attraversano urti, distanze, acqua, sabbia e tempo fino a raggiungere la destinazione. Anche i diamanti, nella loro durezza estrema, possono essere fragili.

La raccolta degli Ocean Diamonds non appartiene al deep sea mining, cioè all’estrazione mineraria industriale dei fondali oceanici profondi. Non riguarda noduli polimetallici, croste di cobalto, solfuri idrotermali, veicoli minerari o grandi navi che trattano masse di sedimento abissale: qui si parla di depositi secondari marini e costieri, di subacquei professionisti, piccole imbarcazioni e immersioni prossime alla riva, possibili solo quando il mare consente di vedere e di operare con precisione.

I sub non esplorano profondità estreme e la ricerca avviene in modo circoscritto: raccolgono porzioni di materiale dal fondale, le portano in superficie per essere esaminate e restituiscono ciò che non contiene diamanti.

La forza di questa filiera sta nella sua brevità e nella sua leggibilità. Ocean Diamonds dichiara l’area costiera di provenienza, lavora attraverso rapporti diretti con concessionari autorizzati e subacquei professionisti, e accompagna le pietre con un Certificate of Provenance che specifica il Paese e l’area costiera di recupero.

A questi diamanti mi lega un amore speciale, perché arrivano dal continente africano attraverso una filiera breve, dichiarata e sorprendentemente concreta. Sono pietre naturali provenienti da depositi secondari marini e costieri: non cancellano il problema dei diamanti, ma lo attraversano in un altro modo, con una provenienza leggibile, pochi passaggi, competenza locale e una relazione più diretta tra materia, luogo e lavoro.

La selezione come parte del valore

L’utilizzo esclusivo di queste due filiere comporta una scelta precisa e, insieme, un limite.

Non tutte le misure sono sempre disponibili, non tutte le caratteristiche possono essere trovate in ogni momento e non ogni richiesta può essere trasformata immediatamente in gioiello. Una selezione responsabile non amplia all’infinito le possibilità disponibili, ma le restringe, perché richiede provenienze leggibili, fornitori coerenti, documenti verificabili e, talvolta, la rinuncia a una pietra che sarebbe formalmente acquistabile, ma non sufficientemente chiara nella sua storia.

Questa restrizione non impoverisce il gioiello. Al contrario, ne definisce il valore, perché rende visibile che la scelta della pietra non è un passaggio neutro o puramente estetico, ma una parte sostanziale del lavoro.

Diamonds for Peace

Dal 2018 sostengo Diamonds for Peace, un’organizzazione non profit fondata da Chie Murakami che lavora in Liberia con l’obiettivo di costruire le condizioni perché una filiera diversa per i diamanti artigianali africani possa esistere davvero.

Il lavoro parte dai villaggi minerari, da comunità e progetti pilota in cui l’estrazione può essere una delle poche fonti di reddito, ma anche una condizione di dipendenza.

In uno dei questionari condotti da Chie Murakami e dai volontari di Diamonds for Peace, alcuni minatori spiegavano il valore dei diamanti immaginando che contenessero acqua o che servissero a far volare gli aerei.

Questo dettaglio dice molto della distanza tra il prezzo finale del diamante e la conoscenza reale che spesso resta a chi si trova all’inizio della filiera.

Gbarma, Weasua e Camp Alpha, 2024

Nel giugno 2024 sono stata in Liberia, nei villaggi minerari, per vedere direttamente il lavoro di Diamonds for Peace.

Il viaggio ha attraversato luoghi in cui il discorso sulla responsabilità smette di essere una formula e torna alla sua dimensione concreta: strade rosse nella foresta, villaggi isolati, minatori, diggers, famiglie, mani che cercano nel fango una materia destinata, altrove, a diventare simbolo di luce e permanenza.

Alcuni passi dal mio diario:

"...Abbiamo posizionato i nuovi alveari donati e, proprio quando il sole rubava ogni ombra, abbiamo riattraversato il fiume e camminato e camminato fino a camminare dentro un'altra foresta. Bisognava controllare che gli alveari precedentemente installati stessero bene...

"...Sul portico ci ha raggiunti Victoria con Rafael, un suo digger, e due diamanti! Ho potuto finalmente vedere dei diamanti sulla mano di chi li ha trovati, sotto il loro sguardo orgoglioso e felice...

Rafael si è fatto intervistare e Victoria si è aggiunta - è rimasta tanto felice da ieri e desiderava dire molto altro alle orecchie fuori da Weasua..."

"...Abbiamo trovato tre uomini ancora a lavoro - Chie ci ha detto che generalmente lavorano dalle 8 alle 16 - disperati alla ricerca degli scavi di altri disperati. Si tratta di un sito - operato da nessuno della cooperativa - già esaurito e abbandonato, ma stanno ricontrollando tutto il materiale spostato per scoprire oro o diamanti sfuggiti.

Ho chiesto a Winston se utilizzassero diversi strumenti per la raccolta dell'oro e dei diamanti, o se lo facessero in diversi momenti, ma no: utilizzano solo il sistema a caduta, quello basato sul peso.

Loro non lo sanno, ma il vello d'oro degli Argonauti altro non era che vello di pecora intriso di glorioso oro alluvionale..."

Non esiste materia preziosa senza conseguenze. Esistono, però, scelte più attente, filiere più trasparenti, domande più esigenti e la possibilità di non accontentarsi della parola “etico” come ornamento linguistico.

Il valore di un diamante responsabile non risiede soltanto nella sua luce, ma nella possibilità che quella luce non cancelli ciò che è accaduto prima: la terra, il lavoro, le mani, la provenienza, la distanza tra il luogo in cui la materia viene trovata e quello in cui diventa gioiello.

Fonti essenziali

Kimberley Process
Kimberley Process Civil Society Coalition
Global Witness, A Rough Trade
Partnership Africa Canada, The Heart of the Matter
De Beers, A Diamond is Forever
CIBJO, The World Jewellery Confederation
GIA, Gemological Institute of America
CanadaMark
Ocean Diamonds
Diamonds for Peace

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